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DIPARTIMENTO CARDIOVASCOLARE E TORACICO - Prof. Mauro Rinaldi

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Come e quando ha deciso di dedicarsi al cuore, Professor Rinaldi?

Il proposito di diventare chirurgo era ben chiaro in me fin da bambino, credo dalle elementari. In realtà, diventato chirurgo generale giovanissimo, iniziai a dedicarmi ai trapianti di fegato. Avrei potuto diventare un "concorrente" del professor Salizzoni, ma venni poi deviato verso la cardiochirurgia per esigenze familiari. Quelli erano gli anni dei primi trapianti di cuore, vissuti con entusiasmo pionieristico. Mi rivolsi così al grande cardiochirurgo professor Mario Viganò, il quale mi incoraggiò moltissimo a dedicarmi a quella specialità che offriva ampie possibilità di lavoro, e nella quale venivano anche assegnate borse di studio che non erano previste in Chirurgia Generale. Arrivai al Policlinico San Matteo di Pavia nel novembre 1985, proprio nei giorni in cui il professor Viganò si preparava ad affrontare il secondo trapianto di cuore in Italia. Partecipai all'intervento che ebbe un esito felice (quel paziente, allora ventenne, è il cardiotrapiantato più longevo d'Europa) e fu così che continuai per questa strada, iniziata per necessità ma proseguita con passione ed entusiasmo.

In Italia, questo risulta essere l'unico Dipartimento cardiovascolare e toracico. Per quale motivo si è voluto mantenere questa articolazione?

prof Mauro RinaldiÈ un grande privilegio per me dirigere questo Dipartimento, che ha conservato la sua struttura anche grazie alle battaglie condotte dal mio predecessore professor Fiorenzo Gaita. È vero: la sua articolazione ci differenzia da tante realtà italiane, dove la Cardiochirurgia risulta irrazionalmente aggregata alla Chirurgia Generale, con la quale non ha nulla da condividere; mentre ha tutto da spartire con la Cardiologia, la Pneumologia, la Chirurgia Vascolare. Mantenere unito questo Dipartimento costituisce uno straordinario punto di forza nella nostra Azienda. Possiamo avvalerci della possibilità di scambiare pazienti e letti fra Cardiochirurgia, Chirurgia Vascolare e Pneumologia; inoltre in questo Dipartimento, come è noto, è incardinato anche un importante programma di trapianti polmonari... I risultati di questa gestione integrata sono evidenti, e straordinariamente positivi.

Si ricorre sempre più spesso alla chirurgia mininvasiva: di che cosa si tratta esattamente e quali vantaggi comporta?

Da quando arrivai in questa Azienda, nel 2005, mi si presentò subito, e con evidenza, la necessità di implementare la chirurgia mininvasiva che proprio il professor Viganò, al quale devo il mio imprinting, aveva sperimentato per la prima volta in Italia. In questo ospedale si è replicata la tecnica utilizzata a Pavia, che è poi stata applicata su più larga scala.

Gli approcci mininvasivi in chirurgia toracoscopica si eseguono con una piccola incisione attraverso la quale vengono introdotti gli strumenti chirurgici; l'intervento viene poi completato con l'ausilio di una telecamera, appunto un toracoscopio, che visualizza immagini virtuali sulle quali noi compiamo i gesti. Non potevamo immaginare, nei primi tempi, quanti e di quale portata fossero i vantaggi di queste tecniche, che non solo comportano un beneficio estetico- da considerarsi marginale, se non per le giovani donne-, ma soprattutto minimizzano il trauma chirurgico.

I pazienti si alzano e camminano subito dopo l'intervento; vengono dimessi al quarto-quinto giorno senza necessità di riabilitazione; richiedono poche trasfusioni e la ripresa della funzione respiratoria è molto più rapida. Queste tecniche si possono eseguire, come è acclarato, per le patologie della valvola mitralica, ma abbiamo iniziato ad applicarle anche per quelle dell'aortica.

Quali sono i casi nei quali si ricorre ancora agli interventi a torace aperto?

Per molti casi ancora: per tutti gli interventi associati, nei quali occorre ad esempio operare la valvola mitrale, l'aorta ed eseguire anche un bypass... Allora occorre procedere con la sternotomia completa; ma anche in questi casi possiamo ricorrere alla chirurgia ibrida, nel corso della quale i nostri cardiologi eseguono interventi in via percutanea, e noi cardiochirurghi in toracoscopia. In tal modo un grosso intervento in sternotomia viene frazionato, grazie alla chirurgia ibrida, in due o tre interventi "minori" per rendere meno invasiva l'intera operazione.

Quali sono i vantaggi apportati dalla sala ibrida ai pazienti e a voi professionisti?

Si tratta di un vero gioiello tecnologico di nuovissima generazione, che occupa 70 mq: lo spazio indispensabile per poter ospitare le apparecchiature di corollario alla nostra attività. È una sala emodinamica e operatoria, nella quale è appunto possibile eseguire interventi ibridi complessi che prevedono sia fasi chirurgiche, sia cardiologiche di elevatissima qualità. Possiamo così conseguire il nostro obiettivo di essere sempre meno invasivi, perché, se è vero che negli interventi a cielo chiuso non siamo in grado di vedere ciò che stiamo facendo, spesso nemmeno con l'aiuto di una telecamera, possiamo disporre nella sala ibrida di una suite radiologica estremamente sofisticata che ci permette di visualizzare l'intervento fondendo contemporaneamente più immagini.

In questo Dipartimento viene anche utilizzata la chirurgia robotica?

L'avevamo già sperimentata anni fa, ma si tratta di una tecnica che, pur potendo avere ampia applicazione nella cardiochirurgia, richiederebbe, all'interno di questa Azienda, una sala operatoria in cui eseguirla, perché quella in cui è adesso posizionato il robot non è adeguata alle esigenze cardiochirurgiche. Ovviamente, speriamo che si presentino, in un prossimo futuro, le condizioni per la sua realizzazione.

I progressi in cardiochirurgia dipendono inevitabilmente dagli investimenti?

Devo rispondere di sì. Siamo in un'epoca in cui il progresso, in chirurgia e soprattutto in cardiochirurgia, è strettamente collegato alle strumentazioni più avanzate. La nascita stessa della cardiochirurgia è legata a quella della macchina cuore-polmoni, che fu finanziata da IBM e General Motors. Senza questi generosi investimenti, non avremmo mai potuto operare a cuore aperto.

Detto questo, è ovvio comunque che l'asticella si può alzare soltanto quando al progresso tecnologico si accompagna l'elevata qualificazione del personale.

Quali sono le più comuni patologie della valvola aortica e di quella mitralica e da che cosa sono caratterizzate?

In primo luogo occorre distinguere la patologia dell'aorta, intesa come grande arteria, da quelle della valvola aortica, che vengono spesso erratamente associate. La principale è certamente la stenosi aortica: una delle patologie emergenti negli ultimi 20 anni, a causa dell'invecchiamento della popolazione. La valvola aortica tende con il tempo a diventare stenotica, ovvero a chiudersi per un processo di calcificazione che progredisce esponenzialmente con l'invecchiamento. Anni fa i pazienti ottantenni affetti da questa patologia non venivano curati, mentre attualmente, con il progresso delle tecniche e della tecnologia, la stenosi aortica dell'anziano rappresenta una grande fetta della nostra attività.

Quindi si può immaginare che la situazione cardiologica della popolazione, nonostante la prevenzione, non sia migliorata per via dell'invecchiamento?

Sì, è così. Con l'innalzamento dell'età media, le patologie si manifestano più tardi rispetto ad anni fa. Ci si ammala sempre, ma ad un'età più avanzata. I cardiologi sono ormai espertissimi nel trattare gli anziani, e i pazienti sopravvivono in percentuali sempre più considerevoli alla malattia cardiaca. Ci troviamo ormai frequentemente davanti a persone estremamente anziane, con una grande voglia di vivere; ed è imbarazzante spiegare a un ottantottenne che comunque un intervento cardiochirurgico è molto impegnativo e può comportare rischi. Eppure il concetto dell'alea deve essere spiegato ai pazienti in età avanzata, ai quali, comunque, si possono proporre delle soluzioni chirurgiche, a differenza di quanto avveniva in passato, anche perché la maggior parte di questi anziani si presenta, fortunatamente, in buone condizioni generali.

Si sente sempre più spesso parlare di mitraclip. In che cosa consiste?

Si tratta di una speciale 'graffetta' che viene utilizzata in via percutanea in caso di insufficienza mitralica. Tale clip riduce sensibilmente l'insufficienza mitralica ma quasi mai l'annulla. È indicata quando il paziente non sia operabile. Se ne sente parlare perché è un intervento molto "trendy", al quale sono ricorsi personaggi famosi come Liz Taylor.

Quali sono gli interventi che predilige, nella vasta casistica del suo Dipartimento?

Prediligo i due estremi. L'una, è la tecnica meno invasiva: la complessa ricostruzione della valvola mitralica a torace chiuso; un intervento che definirei elegante e raffinato, da eseguire "in guanti bianchi". L'altra, al contrario, è estremamente invasiva, a torace e addome aperto: l'aneurisma toraco-addominale, che richiede un'incisione dalla scapola all'inguine, e cioè dall'arteria succlavia a quella femorale. Si tratta di un grosso intervento che causa un'importante emorragia, che ci impegna per circa 10 ore, e nel quale comunque, come per tutti gli interventi, quello che conta è il dettaglio.

Non saprei proprio quale scegliere, fra i due.

Che cosa significa per un paziente essere malato di cuore?

prof Mauro RinaldiLa malattia di cuore è disabilitante; ti segna per la vita; ti fa vivere nella paura. Per questo diamo una grande importanza all'informazione, alle campagne di stampa. Non si deve dimenticare che le malattie cardiovascolari rappresentano tuttora la prima causa di mortalità.

Il cuore è legato a molti significati simbolici ...

Già, basti pensare ai tanti vocaboli che traggono origine dalla radice cor-cordis: coraggio, concordia, cordiale, cordoglio, accordare... Certo, il cuore è un organo da sempre considerato la sede dei sentimenti e, per chi crede, dell'anima. Il suo funzionamento, i suoi significati sono unici. Per noi chirurghi rappresenta una singolarità: abbiamo a che fare con un organo che si muove, e dal suo movimento comprendiamo immediatamente se l'intervento è andato a buon fine o no. Questa spia è estremamente rapida e precisa: se si ferma troppo a lungo, il cuore potrebbe danneggiarsi, o addirittura non ripartire più.

Si tratta di un test quotidiano al quale siamo sottoposti; il movimento del cuore è una sorta di macchina della verità del nostro operato.

Diversamente avviene quando si interviene su altri organi. Per esempio, nel caso di una anastomosi intestinale le complicazioni letali possono insorgere alla sesta o settima giornata dall'intervento, quando il paziente è in terapia intensiva e il chirurgo non è presente. Nel nostro caso invece l'evidenza viene immediatamente visualizzata: questo ovviamente crea un particolare coinvolgimento da parte nostra. Il fallimento è sempre in agguato, e se si verifica è indispensabile gestirlo, farne tesoro. Dico sempre ai giovani chirurghi che, se sbagliare è umano, ripetere lo stesso errore nello stesso modo denuncia mancanza di concentrazione, imperdonabile superficialità. Dai propri errori si deve imparare.

Potrebbe darci qualche consiglio per la prevenzione delle malattie cardiovascolari?

La prevenzione è fondamentale nelle malattie cardiovascolari, come lo è in quelle oncologiche. Occorre in primo luogo distinguere una componente sulla quale possiamo agire per prevenire queste malattie, e un'altra componente che non possiamo modificare in nessun modo, e riguarda la predisposizione genetica relativa al metabolismo glucidico, ai livelli di colesterolo. Questo insieme di fattori costituisce una sorta di fardello dal quale non possiamo liberarci; potremo farlo soltanto quando la medicina genetica potrà essere praticata su larga sala. Al momento, dunque, per mantenere al meglio il nostro sistema cardiovascolare i cardini sono: seguire un'alimentazione sana, evitare il fumo, e praticare in modo regolare un'attività fisica. È necessario che queste sane abitudini di vita vengano assimilate fin dall'infanzia.

prof Mauro RinaldiA quali livelli il colesterolo LDL può rappresentare un rischio cardiovascolare?

È in corso una discussione scientifica proprio sulla tossicità di questa molecola. Si è sempre saputo che sono pericolosi valori oltre 100, ma recenti studi sembrano dimostrarne la tossicità anche per livelli assai inferiori, per cui l'obiettivo dal punto di vista fisiopatologico potrebbe diventare quello di raggiungere un LDL pari a zero.

Quale attività fisica è particolarmente efficace?

La camminata veloce è quella più consigliata, ed è praticabile ad ogni età, ad ogni livello, anche da persone non particolarmente in forma. Secondo le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità è necessario percorrere diecimila passi al giorno, equivalenti a un'ora di camminata a 4 km/h: è la velocità ideale per consumare calorie e sciogliere la massa grassa. Diecimila passi sembrano molti, ma in realtà una persona sedentaria, senza accorgersene, ne compie da 2mila a 5mila tutti i giorni.

Lei segue queste indicazioni?

Cerco di andare a correre due volte alla settimana per una decina di km, spesso prima di entrare in sala operatoria, svegliandomi all'alba. È un sacrificio, certo, ma mi fa sentire davvero bene, e se sono costretto a rinunciarvi, la corsa mi manca.

Ho sempre pensato che sarebbe davvero fantastico se negli ambienti di lavoro si riservasse uno spazio per l'attività fisica.

Che cosa ci può dire del consumo di caffè?

Se consumato in quantità moderate, può essere un ottimo stimolante che ha la proprietà di bruciare i grassi. Ovviamente, occorre evitarne l'abuso, perché l'eccesso di caffeina può causare un aumento di frequenza cardiaca a riposo.

Anche lo stress sembra essere un fattore di rischio nelle malattie cardiovascolari: come riesce a fronteggiarlo, nella sua professione così delicata e complessa?

L'allenamento quotidiano e l'autodisciplina mi aiutano molto a non perdere la pazienza in certe occasioni, e a non cedere all'impulso di mollare tutto quando sono stanco. L'abitudine a certi ritmi diventa irrinunciabile. Le faccio un esempio. In ospedale, dopo un croissant al mattino prima di operare, non mangio nulla fino alla sera; anche se mi rendo conto che questo è sconsigliabilissimo, dal punto di vista dietetico. Quando ritorno in ospedale dopo un paio di settimane di vacanze al mare, nelle quali mi sono abituato anche a pranzare, avverto in modo spiacevole questo 'cambio di passo' ; ne patisco finché non ritorno alle mi abitudini alimentari: croissant e digiuno fino a sera. Mi sento meglio, e lavoro con maggior concentrazione.

Parliamo del professor Christiaan Barnard, che il 3 dicembre 1967 eseguì il primo trapianto di cuore; un campo nel quale si sono compiuti passi giganteschi, grazie al contributo di professionisti della sua levatura. Vuol fare qualche considerazione sul famoso cardiochirurgo sudafricano?

Conobbi personalmente Barnard a Pavia, nel 1987, quando venne a visitare, con la sua giovane e splendida terza moglie, il nostro centro trapianti, che aveva iniziato la sua attività due anni prima. Quel grande personaggio era già a riposo da tempo, passato dalle luci della celebrità alla fatica della malattia: l'artrosi deformante che lo aveva costretto a lasciare il bisturi. Barnard, che dopo i primi trapianti si era dato alla vita mondana e alle belle donne, incarnava, nel bene e nel male, tutti i tipici eccessi del cardiochirurgo. Gli psicologi sostengono che questa bulimia di vita derivi dal fatto che il cardiochirurgo, avendo il potere di fermare e di far ripartire il cuore, sia colto da una sorta di delirio di onnipotenza, da una sensazione di assoluta impunità. Inoltre Barnard, figlio di un pastore protestante religiosissimo, ricevette un'educazione estremamente repressiva da ambedue i genitori, e probabilmente anche questo lo indusse a dedicarsi poi appassionatamente alle donne. Benché fosse un uomo di umili origini, Barnard fu fin da giovanissimo un grande studioso e ricercatore; prima di diventare chirurgo, aveva già scoperto una terapia per la TBC. Poi venne travolto dalla passione per la chirurgia, e forzò le tappe per eseguire il primo trapianto di cuore, 'strappandolo' al padre legittimo di questo intervento, Norman Shumway,

Come reagì Shumway?

L'americano Shumway, che aveva studiato a Stanford ed era di tutt'altra estrazione sociale, la prese malissimo. I due non si parlavano; Shumway, che io conobbi, considerava Barnard uno sciocco presuntuoso e ambizioso. In realtà Barnard compì un'impresa grandissima in un momento storico particolare, dimostrando una fiducia straordinaria nelle sue capacità e gettando letteralmente il cuore oltre l'ostacolo.

Era cresciuto in un piccolo villaggio sudafricano, dove la chiesa principale era frequentata dai bianchi, mentre quella piccola e trascurata, dove suo padre era ministro di culto, era riservata ai neri. Fu sempre un fervido antiapartheid: non poteva concepire che i bianchi rifiutassero di stringere a suo padre la mano che era stata a contatto con i neri. Eppure, paradossalmente, fu costretto per motivi razziali a rinunciare a un primo donatore di colore: il presidente del suo ospedale gli sconsigliò vivamente di utilizzare il cuore di un nero. Il primo cuore trapiantato fu infatti quello di una ragazza bianca morta in un incidente.

Professor Rinaldi, quali sono i casi che ricorda con maggior vivezza?

Cerco di non farmi coinvolgere troppo, di tener separata la parte professionale da quella emotiva. Ricordo bene non i successi, ma i casi che non sono andati a buon fine. Ho ben presenti i motivi degli insuccessi, e li rielaboro continuamente, pensando a ciò che di diverso avrei dovuto fare per cambiarne il corso. Gli interventi con esito felice, invece, non li ricordo. Qualcuno sosteneva che il miglior chirurgo è quello di cui i pazienti non si ricordano; e io sono di questo avviso.

Che cosa consiglierebbe ad un giovane medico che desiderasse seguire la sua strada?

Gli direi che questa è una professione bellissima, appassionante. Che deve intraprenderla, nonostante tutte le difficoltà da cui è costellata, e che deve esercitarla con tutte le sue potenzialità; con tutto sè stesso.

Marina Rota

Ultimo aggiornamento ( Martedì 01 Dicembre 2020 10:02 )
 
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